Delitto di reato ambientale: come si definisce

Il delitto di reato ambientale è relativamente nuovo nella giurisprudenza italiana, tanto che i suoi contorni ancora si perdono in una sorta di indeterminatezza che rende molto difficile decidere in merito in sede istruttoria. A riaprire la discussione su cosa possa essere definito un reato ambientale e in quali occasioni esso si configuri è intervenuta una recente sentenza della Cassazione, la n°46370 del 3 novembre 2016.

Il caso su cui la Cassazione è stata chiamata a decidere riguardava una causa iniziata nel 2015. Una ditta, che si era occupata dei lavori di dragaggio dei due moli di un porto, era stata accusata di aver provocato lo sversamento nelle aree marine circostanti di sostanze inquinanti, danneggiando in tal modo l’ambiente. Nello specifico, il progettista che si era occupato di coordinare quel lavoro era stato accusato di non aver rispettato la normativa vigente nell’esecuzione dei lavori. Durante le indagini preliminari il cantiere venne sequestrato per fare tutti i rilievi del caso. Nel frattempo però la ditta esecutrice dei lavori ha presentato ricorso presso il Tribunale del Riesame, il quale si espresse in modo favorevole rispetto alla ditta stessa. Difatti fu imposto il dissequestro del cantiere e la revoca dell’accusa di reato di inquinamento ambientale, poiché la compromissione della purezza delle acque del porto venne considerata non quantificabile in modo sostanzioso ed evidente. Il procuratore, alla decisione del Tribunale, ha deciso quindi di ricorrere in Cassazione. La Cassazione ha ribaltato la decisione del Tribunale, accettando l’impugnazione e procedendo anche a precisare in modo puntuale il perché della sua decisione. Per prima cosa si è voluto puntualizzare che il primo reato contestato sia quello di abusivismo. Difatti, le azioni messe in atto dalla ditta responsabile dei lavori al porto sono state condotte senza alcun rispetto per le normative vigenti in materia di bonifica, quindi si può parlare di abusivismo anche se non in relazione alla violazione di norme strettamente ambientali. Poi si scende più nello specifico, cercando di definire cosa si debba intendere quando si parla di compromissione o deterioramento di un bene ambientale. Nel corpus legislativo italiano esiste una definizione giuridica di “inquinamento”, ma non appare più utilizzabile perché data solo in occasione di una particolare e specifica circostanza (articolo 5, comma 1, lettera i ter del Dlgs n. 152 del 2006). Bisogna quindi intendere i termini nel loro aspetto lessicale. Compromissione vuol dire mettere l’ambiente in una condizione di rischio o pericolo, vale a dire creare uno squilibrio funzionale rispetto alla norma. Il deterioramento è invece una perdita di qualità possedute in precedenza, dunque uno squilibrio di tipo non funzionale ma strutturale. Quindi usare questi termini in relazione all’ambiente significa che esso non è stato irrimediabilmente distrutto, come accade nel caso di reato ambientale, ma gravemente danneggiato. In sostanza quindi la cassazione contesta la decisione presa dal Tribunale proprio nella sua forma: non è possibile per un giudice quantificare quanto grave sia stato il danno subito dall’ambiente per poter dire che sia irrilevante o meno. Per fare queste valutazioni c’è bisogno di un personale tecnico più specificatamente formato. Ciò dimostra che giudici e magistrati devono imparare a collaborare anche con altri professionisti che aiutino a chiarire le circostanze dei singoli processi. Ciò che invece appare evidente, nel caso enunciato, è il reato di abusivismo, per cui è corretto dare seguito alle accuse.