Ecosistemi al collasso: come prevederlo

L’intervento umano sugli ecosistemi globali sta provocando molti sconvolgimenti che destano preoccupazione. Ciò che però è davvero importante sapere è quale sia il punto di non ritorno, quando cioè le trasformazioni di un ambiente naturale sono arrivate al punto da non essere più reversibili tanto da poter causare la fine e l’estinzione definitiva di quell’ecosistema.

Questo è, più o meno, il senso delle ricerche che stanno portando avanti due istituti molto distanti fisicamente tra di loro ma accomunati da alcuni anni da un unico progetto di ricerca. I due istituti in questione sono l’Università di Pisa e il MIT (Massachusetts Institute of Technology) di Boston, i quali dal 2012 collaborano nell’ambito del programma MIT-Unipi Project. Alcune delle conclusioni a cui gli studiosi sono giunti dopo mesi di osservazioni sono state recentemente pubblicate sulla rivista Nature Ecology & Evolution, e riguardano i “sintomi” del collasso definitivo di un ecosistema. Ci sono vari fattori che possono disturbare gli ecosistemi ed inficiarne il corretto funzionamento; ad esempio, l’innalzamento delle temperature, l’eccessivo sfruttamento delle risorse presenti che dunque giungono ad esaurimento, o la scomparsa di un certo tipo di habitat con tutta la flora e la fauna che lo caratterizzavano. Più l’ecosistema viene compromesso da questi fattori, più il suo equilibrio diventa fragile e delicato e più diventa sensibile a cambiamenti che invece in precedenza non avrebbero avuto alcun effetto. Da questo si può dedurre che è vicino al punto di rottura, alla sua definitiva distruzione. Questo è quanto hanno elaborato gli studiosi italiani e quelli statunitensi a livello teorico, ma per poterlo dimostrare anche in pratica avevano bisogno di un ecosistema esemplare che fosse in grado di provare la bontà dell’assunto. L’ecosistema ideale ai fini della ricerca è stato individuato nell’Isola di Capraia, che fa parte dell’arcipelago toscano. Qui si trova una foresta di macroalghe che è stata scelta per effettuare alcune sperimentazioni per la sua forte recettività. Come ha spiegato uno dei ricercatori che ha preso parte all’esperimento, Lisandro Benedetti-Cecchi, queste foreste hanno dei tempi di reazione a manipolazioni esterne molto brevi e quindi permettono di osservare i risultati in un tempo minore. Nello specifico, le macroalghe, che sono della specie Cystoseira amentacea ed arrivano fino a 30-40 centimetri di altezza, sono state sfoltite in modo sensibile. Lo sfoltimento dello strato algale ha aperto la strada all’invasione di un’altra specie, ovvero ai cosiddetti “feltri algali” che sono costituiti da filamenti ed hanno dimensioni ridotte, ma sono estremamente invasivi. Il diradarsi dell’alga bruna ha lasciato via libera al proliferare dei feltri, con la conseguente scomparsa di tutto quel mondo che normalmente vive nella foresta di alghe e che è formato da invertebrati. Questo ha innescato una reazione a catena relativa alla perdita di produttività dell’ecosistema, che si è contratto di circa il 75%. In questo caso la perdita delle alghe è stata causata in modo volontario, ma è l’antropizzazione che dà vita involontariamente allo stesso preoccupante fenomeno. L’altra parte della ricerca ha riguardato il modo in cui è possibile stimolare la ripresa dell’ecosistema, cioè capire quali sono i limiti raggiungibili prima che sia troppo tardi per sperare in un’inversione di tendenza. Il modello elaborato, ha spiegato Luca Rindi, un altro dei ricercatori coinvolti allo studio, ora verrà applicato ad ecosistemi più vasti, per valutarne l’effettivo stato di salute e poter intervenire in modo tempestivo laddove sia necessario.