Quanto costa il pane?

Il pane è l’alimento base per la nutrizione umana; è uno degli alimenti in assoluto più antichi e universali, anche se in ogni parte del mondo viene realizzato in modo diverso. Verrebbe anche da dire che è anche uno dei cibi più economici e a buon mercato; ma è davvero così? Purtroppo nella nostra società contemporanea la necessità di produrre grandi quantitativi di derrate alimentari senza far lievitare i costi, e la necessità di essere sempre più produttivi, portano spesso a dei controsensi come ad esempio dover constatare che produrre il pane inquina.

Questa sconvolgente rivelazione è stata fatta da un gruppo di studiosi dell’Università di Sheffield, che hanno deciso di provare a capire quale possa essere l’impatto che la produzione del pane, in ogni momento della sua filiera produttiva (dalla coltivazione del grano fino alla cottura e commercializzazione) possa avere sull’ambiente. Quello che è stato scoperto è a dir poco sconcertante. La produzione di una pagnotta di pane che pesi poco meno di un chilogrammo, all’incirca 800 grammi, ha un “costo” ambientale di mezzo chilo di CO2. Questo risultato è stato pubblicato sulla rivista “Nature Plants” ed ha immediatamente imposto un’approfondita riflessione. Per prima cosa, è bene capire da dove vangano queste emissioni. In base a quanto gli studiosi sono riusciti a constatare, la fase del processo di produzione del pane che è maggiormente inquinante è quella della coltivazione del grano. Per coltivare il grano in modo intensivo vengono infatti usati dei fertilizzanti come il nitrato di ammonio. Questi fertilizzanti, che sovente sono molto economici affinché l’intera filiera sia il più conveniente possibile, richiedono un grande dispendio di energia nella loro produzione ed emettono sostanze gassose nel momento in cui vengono assorbite dal suolo. Circa la metà del CO2 che si calcola venga prodotto nella realizzazione del pane sembra derivi proprio, quindi, dai fertilizzanti. La conclusione che se ne può trarre è molto semplice: è immediatamente necessario rivedere i processi di realizzazione degli alimenti, affinché essi possano essere sostenibili a livello ambientale pur continuando ad essere abbastanza efficienti da garantire di sfamare l’intera popolazione mondiale. Il primo scopo per cui è stata effettuata e pubblicata la ricerca, ha detto Liam Goucher, uno degli studiosi che si sono incaricati di portarla avanti, era quello di sensibilizzare i consumatori. Molto spesso non si ha la reale percezione che ad inquinare non sono solo le automobili o gli stabilimenti produttivi, ma anche i processi attraverso i quali viene prodotto cibo a sufficienza per soddisfare il fabbisogno mondiale. Ad esempio, quasi tutti siamo coscienti del fatto che gli imballi inquinano l’ambiente, e che quindi è necessario fare la raccolta differenziata, ma in quanti sapevano quanta anidride carbonica si disperde con la produzione del pane? Il secondo motivo per cui questo studio ora apre nuove importanti prospettive è che chiede a gran voce un cambio di direzione. Non è possibile continuare dritti per questa strada senza porsi degli interrogativi, o senza cercare delle valide soluzioni. Anche da un punto di vista meramente economico bisogna studiare una nuova modalità che non costringa chi coltiva il frumento ad usare fertilizzanti economici, e di conseguenza maggiormente inquinanti, ma allo stesso tempo dia vita ad una filiera sostenibile sotto ogni punto di vista. Questo, dice il professor Peter Horton, non è impossibile, nel momento in cui si riescano a mettere a punto nuovi sistemi di coltivazione nel settore agricolo. Il futuro quindi richiede una revisione profonda dei sistemi attualmente impiegati, per il bene stesso del pianeta e di noi uomini che ci abitiamo.